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Software-Defined Networking: verso il futuro della rete Tre principi dell’infrastruttura SDN

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Di tanto in tanto, salta fuori un concetto che cattura l’attenzione di tutto il settore IT e diventa il mantra di un’intera categoria di fornitori. Qualche anno fa era il cloud, che ormai è un termine di uso comune, e ora tocca al Software-Defined Networking.

Per alcuni versi, l’SDN rientra nella tendenza che ha reso così importante la virtualizzazione per le infrastrutture IT aziendali: una minore dipendenza dalle risorse fisiche. Le reti convenzionali, con armadi di cablaggio, router che ogni tanto occorre riavviare e un team di personale competente per far funzionare il tutto erano parte di un’installazione media.

La virtualizzazione e i suoi svantaggi

AccessProprio come la virtualizzazione ha razionalizzato la configurazione dei server, riducendo gli effetti dei guasti alle apparecchiature, l’SDN sta trasformando il modo in cui concepiamo le reti. In particolare, l’SDN agevola la gestione delle LAN virtuali, che con i server virtuali è problematica: il necessario allineamento tra server fisico e switch LAN è infatti difficile da ottenere quando si creano e si eliminano server virtuali.

Questo è un punto importante: uno dei principali vantaggi della virtualizzazione dei server è proprio il loro stato dinamico, che garantisce alle aziende il livello di flessibilità desiderato. Ma la stessa caratteristica crea difficoltà ai responsabili delle reti, perché gestire l’infrastruttura diventa più complicato.

A conti fatti, l’incentivo maggiore all’adozione dell’SDN è la separazione tra hardware e software. La qualità che lo rende più appetibile è la programmabilità intrinseca della tecnologia, che permette di reindirizzare il traffico di rete senza ricorrere all’infrastruttura fisica.

Tutto questo è in linea con l’affermazione del cloud e con gli aumentati livelli di automazione. C’è anche un forte parallelismo con il concetto di “devops” – l’integrazione di team di sviluppo e team operativi – che ha reso le aziende enormemente più agili.

Cosa significa OpenFlow

C’è stata molta confusione riguardo a SDN. Uno degli aspetti su cui si è creata la confusione maggiore è l’utilizzo di OpenFlow congiuntamente all’SDN. OpenFlow è un protocollo, il collegamento tra switch di rete proprietari e architettura SDN aperta: separa il percorso dei dati dalle funzioni di routing di uno switch dati. Le due funzioni comunicano mediante il protocollo stesso.

Data la natura delle moderne infrastrutture IT, con una tendenza dominante verso i sistemi aperti e l’adozione di strategie BYOD, l’SDN è un’opzione decisamente valida, perché consente di integrare dispositivi hardware nelle reti aziendali molto più facilmente rispetto ai metodi tradizionali.

Un effetto dirompente

Il passaggio all’SDN potrebbe rivelarsi particolarmente dirompente. Micahel Dell, CEO di Dell, aveva previsto che il networking sarebbe stato il prossimo elemento dell’ecosistema tecnologico a subire una trasformazione radicale.

Chiari segnali inducono a ritenere che l’SDN sia andato ben oltre l’entusiasmo iniziale del settore, e si stia configurando come il futuro del networking. È dunque il momento giusto per approfondire l’argomento e comprendere come rimodellare l’infrastruttura.

 

 

Maxwell Cooter

Maxwell Cooter

Max è un giornalista freelance che copre una varietà di materie relazionate con l’IT. È stato il fondatore di Cloud Pro, una delle prime guide sul mondo cloud. Successivamente ha fondato anche IDG’s techworld ed ha lavorato come editore per Network Week. Da freelancer, ha potuto collaborare con IDG Direct, SC Magazine, Computer Weekly, Computer Resellers News, Internet Magazine, PC Business World e molti altri. Ha anche avuto l’opportunità di partecipare a diverse conferenze ed è stato telecronista per BBC, ITN e Computer TV Channel CNBC.

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Tag: Tecnologia, Virtualizzazione